Emilia-Romagna: approvata la legge regionale sul fine vita

28 Lug 2026

Una riflessione tra dignità, libertà e responsabilità

L’approvazione, da parte dell’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna, della legge sul suicidio medicalmente assistito rappresenta un passaggio delicato e importante. La legge non introduce un generico diritto a morire e non agevola chiunque desideri togliersi la vita: definisce tempi, procedure e garanzie per dare attuazione alle pronunce della Corte costituzionale.
L’accesso è previsto soltanto quando ricorrono condizioni rigorose: una patologia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili, la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e la piena capacità di assumere una decisione libera e consapevole. La persona deve inoltre ricevere un’informazione completa sulle possibilità terapeutiche e sulle cure palliative e può revocare la propria richiesta in qualsiasi momento. La procedura sarà gratuita e il personale sanitario potrà parteciparvi esclusivamente su base volontaria.
È un tema che non può essere affrontato con slogan o contrapposizioni ideologiche. Come rappresentante dei cittadini, non posso limitarmi a considerare una sola visione: devo ascoltare anche l’esperienza di chi vive una sofferenza grave e irreversibile, rispettandone la dignità, la libertà e la storia personale.
La mia sensibilità mi porta a riconoscere il valore fondamentale della vita. Allo stesso tempo, mi impone di non distogliere lo sguardo dalle condizioni terribili in cui possono trovarsi persone affette da malattie incurabili, accompagnate da sofferenze che esse giudicano intollerabili. È un dilemma umano e morale profondo, che merita rispetto anche quando conduce a convinzioni differenti.
La decisione appartiene alla persona interessata e deve essere realmente libera, consapevole e protetta da qualsiasi pressione. Familiari e persone care possono accompagnarla, ma nessuno può decidere al suo posto. Proprio per questo dobbiamo impedire che una richiesta di morte nasca dalla solitudine, dall’abbandono, dalla paura di essere un peso o dall’impossibilità di ricevere cure e assistenza adeguate.
Rimane una domanda politica: perché sono stati necessari quasi sette anni dalla sentenza della Corte costituzionale del 2019? In questo periodo ci sono stati casi diventati nazionali, ma anche sofferenze rimaste invisibili, vissute da persone prive della forza o delle possibilità necessarie per far ascoltare la propria voce.
Il nostro compito, anche come amministratori cittadini, è contribuire a un’informazione corretta, contrastare ogni strumentalizzazione e rafforzare le reti contro la solitudine e l’emarginazione. La nuova legge non deve sostituire le cure palliative, l’assistenza domiciliare e il sostegno alle famiglie: deve affiancarsi a servizi realmente accessibili, affinché nessuno scelga perché lasciato solo.
Su un tema così profondo possono esistere opinioni differenti. Ma non possiamo accettare né l’abbandono terapeutico né l’abbandono umano. La dignità della persona deve rimanere il punto dal quale partire e al quale tornare.

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